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Casi
17/05/2007
Visioni diverse della CSR

(F. Annunziata)

 

Approccio anglosassone ed europeo

 

La comprensione dei diversi approcci alla CSR non può prescindere dalla comparazione dei diversi modelli di capitalismo correlati, ed in particolare quello europeo ed americano.

Dopo la crisi petrolifera degli anni '70 e gli avvenimenti conseguenti, a partire dagli anni '80 la diversa capacità delle economie nazionali di far fronte alla competizione dei paesi emergenti ha  portato ad analizzare in modo nuovo rispetto al passato le diverse manifestazioni del capitalismo. La competizione, infatti, si gioca sulla capacità di esportazione, di produzione di prodotti flessibili e di qualità, in grado di sottrarsi alla concorrenza di prezzo imposta dai paesi emergenti nei settori a tecnologia matura e a basso costo del lavoro. Altro avvenimento che influenza gli studi degli economisti e dei politologi è il crollo del muro di Berlino, avvenuto nel 1989: infatti, il dibattito si sposta dai modelli di società alternativi al capitalismo, allo studio degli assetti istituzionali più idonei ad affrontare in modo efficace le sfide della globalizzazione nelle società ad economia di mercato.

Nell'analizzare le risposte dei paesi sviluppati ai mutamenti sopra accennati, è possibile distinguere due modelli capitalistici distinti (v. Albert, 1993), a seconda del ruolo più o meno esclusivo giocato dal mercato rispetto allo Stato e ad altre istituzioni pubbliche e private: il modello renano ed il modello anglosassone.

I Paesi più rappresentativi del primo tipo di capitalismo sono Germania, Austria, Svizzera, Olanda e i paesi scandinavi; quelli legati al secondo sono Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Le due realtà si manifestano come nettamente antitetiche: in quella americana ed inglese si applica la legge del mercato, mentre in quella tedesca prevale il principio della solidarietà sociale.

Successivi studi, inoltre, hanno permesso di individuare la tipologia di welfare come un ulteriore ed importante aspetto che consente di differenziare i diversi modelli di capitalismo.

Tuttavia, tale classificazione non è in grado di focalizzare l'attenzione sulle realtà intermedie, quali ad esempio la Francia, che presenta un forte intervento statale accanto ad una debolezza delle organizzazioni di rappresentanza degli interessi, e l'Italia, in cui il diffuso intervento pubblico nell'economia ha assunto la forma dei trasferimenti alle famiglie, rafforzando la centralità di questa istituzione nella performance del welfare, nella formazione della piccola imprenditorialità e nella persistenza del controllo familiare dei grandi gruppi. Un altro limite della dicotomia citata consiste nel non tenere conto dell'imprevisto sviluppo delle economie asiatiche degli anni ‘90, che hanno dato vita al modello del capitalismo autoritario.

 

 

Modelli di capitalismo a confronto

 

In considerazione degli ultimi sviluppi teorici sulla tematica affrontata, è possibile distinguere tre ‘ideal-tipi' di capitalismo: market driver, renano ed autoritario.

 

Il modello market driver è caratterizzato da un forte ricorso delle imprese al mercato azionario, con conseguente diffusione del capitale di rischio tra una molteplicità di investitori; le imprese sono gestite da manager di professione, a cui vengono richiesti risultati a breve termine e che sono esposti costantemente al rischio di essere sostituiti qualora si verificano perdite di redditività. Tale modello di capitalismo si affida si meccanismi di regolazione del mercato e delle gerarchie aziendali, non solo nell'ambito industriale, ma anche in quello della produzione di servizi di welfare, definito appunto ‘residuale', poiché lo Stato esercita una pressione fiscale relativamente blanda e interviene marginalmente con politiche assistenziali temporanee, riservate alle fasce sociali deboli che non sono in condizioni di poter accedere al mercato; dal punto di vista delle relazioni industriali si riscontra una relativa debolezza dei sindacati.

 

Il modello renano è caratterizzato da una minore centralità dei mercati finanziari (la borsa) e dal maggiore ricorso delle imprese al credito bancario. La proprietà delle aziende appartiene ad una èlite finanziaria di grandi azionisti, attraverso sindacati di controllo, società finanziarie familiari e la partecipazione delle banche stesse; il management è proteso ad assicurare investimenti a redditività differita nel lungo termine; vi è un intervento regolativo pubblico dell'economia, un ruolo redistributivo dello Stato attraverso un welfare basato sui diritti di cittadinanza e un prelievo fiscale più consistente; lo Stato riconosce e favorisce forme di associazionismo, accordi multilaterali, reti di cooperazione tra le imprese allo scopo di sviluppare la formazione pubblica; il tipo di flessibilità perseguita in un contesto di rappresentanze sindacali forti è quella ‘funzionale' che si basa sulla partecipazione attiva e sull'assunzione di corresponsabilità da parte dei lavoratori, ai quali vengono anche offerti programmi di sviluppo del capitale umano.

 

Il modello del capitalismo autoritario, infine, è caratterizzato dalla libera iniziativa sul mercato economico e dall'assenza di competizione democratica tra partiti politici; il management è costituito da imprenditori emergenti legati alla classe dirigente politica, che tendono a formare concentrazioni controllate da clan familiari, e da manager di multinazionali straniere, alimentando spesso aspetti particolaristici e personalistici non trasparenti; scarso è il controllo pubblico sull'operato delle imprese a tutela degli azionisti; lo Stato interviene nel governo dell'economia, ma non è orientato a ridistribuire il reddito a scopi di equità sociale, ma favorisce la crescita della produttività, assicurando vantaggi competitivi all'impresa; la mancanza di libertà politica si accompagna all'assenza di vincoli sul mercato e alla meritocrazia legata alla produttività; il mercato del lavoro è caratterizzato dal fenomeno del dumping sociale, cioè da costi del lavoro tenuti bassi grazie all'assenza di prelievo contributivo.

 

Nella Tabella 1 vengono sintetizzate e confrontate le sei dimensioni connotative dei diversi modelli di capitalismo, riprese da Soskice e integrate da Esping-Andersen (cit. in Chiesi M.A.  in Sacconi L. (2005)):

  1. il modello di governance, ossia i modi di funzionamento della finanza e l'assetto proprietario delle imprese;
  2. le modalità istituzionali di coordinamento dell'economia, cioè il rapporto tra stato, mercato e organizzazioni di rappresentanza degli interessi;
  3. il regime di welfare, cioè l'organizzazione del sistema previdenziale ed assistenziale;
  4. i meccanismi di formazione del capitale umano e i livelli di qualificazione richiesti dall'economia;
  5. il sistema di relazioni industriali e il suo ruolo nella regolazione complessiva degli interessi;
  6. i meccanismi che presiedono al controllo del costo del lavoro e che garantiscono quindi la produttività.

 

Modelli di capitalismo e sviluppo della CSR

 

La distinzione dei diversi modelli di capitalismo esistenti consente di meglio comprendere dove e perché si sia diffusa la CSR, e quali forme abbia assunto a seconda del modello economico e sociale di riferimento (Chiesi A.M. Modelli di capitalismo, in .Sacconi (a cura di) (2005), p. 82).

Per quanto riguarda la diffusione della prassi di CSR è possibile affermare che, lo sviluppo consistente della tematica CSR ha riguardato soprattutto gli U.S.A. e la Gran Bretagna, ma le prime esperienze di rendicontazione sociale risalgono alla fine degli anni '70 in Germania e Francia. «L'evoluzione  della rendicontazione sociale nei vari paesi non è stata omogenea nel tempo. Si possono riconoscere cinque stagioni: gli anni 1938-1968: si potrebbero definire i primi ‘trenta anni dei pionieri' ed hanno coinvolto di fatto, all'inizio, la Germania e, alla fine, gli Stati Uniti; gli anni '70: si possono definire come i ‘dieci anni di messa a punto e confronto'. Essi hanno visto protagonisti, la Germania, la Francia, e poi la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. In Italia il Gruppo Merloni presentava il primo bilancio sociale di cui si ha notizia; gli anni '80: quelli del silenzio e delle scarse iniziative (anche se in Italia nel 1981 fu presentato un disegno di legge in proposito); gli anni '90: il periodo della grande diffusione ed accelerazione della rendicontazione sociale in tutti i paesi industrializzati; dal 2000: gli anni dell'internazionalità del tema, caratterizzati dalla presa di posizione della Comunità Europea (…). In Italia l'elemento scatenante è stato il fenomeno delle privatizzazioni e la caduta di credibilità legata ai fatti di tangentopoli e il ruolo crescente nella economia delle cooperative. In Francia, invece, il fattore decisivo è stato l'onda lunga dei movimenti operai del '68 e ed i processi di ristrutturazione delle grandi imprese automobilistiche in crisi. In Germania c'è stato l'azionariato operaio e i processi di  cogestione; in Inghilterra, l'attenzione all'ambiente mentre negli Stati Uniti l'attenzione per l'informativa ai mercati» (Cit., Hinna (2002)).

 

Nel modello market driver (anglosassone), dove è grande l'autonomia delle imprese, così come la delega di potere agli amministratori e l'attenzione particolare al perseguimento dello shareholder value, la CSR è stata concepita come prassi volontaria volta a bilanciare a favore degli stakeholder le condizioni descritte. A tale scopo si è affermata una normativa attenta ai diritti della pluralità degli stakeholder, in un contesto in cui i cittadini sono considerati non solo come lavoratori, ma anche come consumatori e investitori portatori di specifici interessi da tutelare. In questo modello la globalizzazione, avendo ampliato il numero degli stakeholder, ha portato l'impresa a ricoprire una posizione di centralità assoluta e a rispondere in prima persona a questa richiesta di responsabilità, senza delegare quasi nulla allo Stato.

Nel modello renano (europeo) invece, le imprese, comprimarie dello sviluppo insieme ad altre istituzioni pubbliche e private, sono sottoposte ad un'azione di controllo da parte di sindacati, associazioni di categoria e governi locali, che vigilavano sulla sostenibilità sociale delle loro decisioni; le imprese, dunque, devono farsi carico di rapporti privilegiati con lo stakeholder lavoratore, riconoscendone forme di rappresentanza e questo determina una minore necessità di affermare prassi di CSR, essendo il modello già sufficientemente in grado di controllare le aziende e di tutelare i diritti dei lavoratori e degli altri stakeholder. Tuttavia, negli ultimi due decenni il tema della CSR diventa attuale anche in Europa, soprattutto per l'affermarsi di due fenomeni concomitanti: “«la tendenza alla privatizzazione delle decisioni economiche rilevanti e la tendenza alla responsabilizzazione dei decisori economici di fronte ai differenti interessi sociali coinvolti» (Sacconi, L., a cura di (2005), p. 13).

Infatti, sulla scia dell'affermarsi nei primi anni '80 di posizioni libertarie e liberiste negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, negli anni '90 anche in Europa avviene un importante spostamento delle decisioni economicamente rilevanti in direzione dei soggetti privati operanti sul mercato. Tale tesi si basa sulla fiducia nella separabilità tra problemi di efficienza e problemi di equità e sull'ideale della separazione e perfetta allocazione dei compiti tra mercato e Stato. Negli ultimi venti anni in Europa continentale il modello di capitalismo renano, basato su un forte intervento dello Stato in economia, sul welfare state e su modelli di concertazione sociale tra capitale e lavoro in materia di politiche economiche e di gestione aziendale, è stato messo in discussione a causa dei suoi costi elevati. In Italia, ad esempio, sono state gradualmente avviate le privatizzazioni di ampi settori dell'economia. Contemporaneamente, anche sulla scia del crollo dell'economia socialista, si è verificata un'intensa globalizzazione dei mercati e l'esportazione dei modelli del capitalismo anglosassone in paesi che, tuttavia, non disponevano delle stesse infrastrutture istituzionali, giuridiche e sociali.

Parallelamente a questo processo di liberalizzazione dell'economia e di indebolimento del sistema di welfare, cresce, pur con minore enfasi, l'attenzione verso il tema della responsabilità sociale delle imprese. Questo avviene perché la domanda di efficienza, associata alla privatizzazione delle decisioni economiche, non può essere disgiunta da una complementare domanda di equità ed eticità.

Si afferma così una visione del mercato a metà strada tra lo stato governato dal settore pubblico e l'economia liberista,  dove «nel mercato (e nei rapporti tra società e imprese) si combattono battaglie che collegano insieme la legittimazione a prendere decisioni economiche rilevanti (la cosiddetta, un po' retoricamente ‘licenza a operare') e questioni di giustizia e di benessere sociale poste agli stessi attori economici privati (le imprese» (id., p. 15).

Nonostante per l'Europa, in particolare gli anni '90, siano stati una sfida costante al modello di capitalismo renano, e a quello cosiddetto ‘corporativo' incentrato sulla concertazione tra le parti sociali, ciò non ha portato ad abbandonare il modello per abbracciare quello americano del predominio assoluto delle decisioni dei mercati finanziari. Si è affermata piuttosto, la consapevolezza della necessità di dare maggiore importanza e peso all'impresa e alla sua struttura decisionale legata alla proprietà e ai mercati finanziari, affiancandola al contempo, alla contestuale presenza di maggiore responsabilità sociale.

Essendosi spostato il peso delle decisioni, almeno in parte, nel mercato e nelle imprese, la contesa si è decentrata nel rapporto tra società civile e le imprese e nell'assunzione di forme di consumo ed investimento etico e responsabile. Al contempo, l'ampliarsi e il differenziarsi delle domande degli stakeholder, ha comportato un andare oltre la partecipazione e il dialogo tra sindacati e imprese, che resta alla base delle relazioni industriali, implicando un dialogo dell'impresa con portatori di interessi quali i lavoratori, i consumatori, gli ambientalisti, le ONG, gli enti non profit, e molti altri.

«Così la CSR sembra un modo per riformare il ‘modello corporativo' europeo senza negarne il nucleo di verità, consistente nella ricerca del compromesso tra gli stakeholder, ponendo il governo dell'impresa al centro di un dialogo sociale nel quale i vertici aziendali e la proprietà (in quanto dotati di maggiore potere decisionale) hanno comunque il dovere di rendere conto rispetto all'osservanza dei diritti di tutti gli interlocutori» (id., p. 25).

Tale osservazione riporta la riflessione sulle azioni della Commissione Europea e sul tentativo di ampliare lo spazio delle politiche comunitarie oltre la creazione del mercato e della moneta unica, al fine di creare anche uno spazio per le politiche rivolte all'impresa e alle politiche sociali, comprendendo l'importanza di favorire l'autoregolazione delle imprese nell'ambito della CSR.

«La crescente consapevolezza – nel tempo - che il benessere delle nazioni che rientrano nel modello renano dipenda dalla competitività delle imprese, piuttosto che dalla capacità redistributiva dello Stato, favorisce il recente sviluppo di prassi di CSR anche in Europa, come dimostrato, tra l'altro, dai recenti sforzi in questo senso compiuti dalla Commissione Europea (Commissione delle Comunità Europee (2001)) con la pubblicazione del Green Paper» (Chiesi A.M., Modelli di capitalismo, in.Sacconi, L. ( a cura di) (2005), p. 87).

 

Il modello del capitalismo autoritario, infine, tipico delle economie orientali, sembra incompatibile con la CSR, in quanto non riconosce ai lavoratori i diritti ritenuti elementari dalle democrazie occidentali e non sostiene gli investimenti necessari alla tutela dell'ambiente e della salute. Gli elementi particolaristici del sistema politico tendono, inoltre, a favorire la corruzione, mentre il contesto culturale rende complesso affiancare la tematica dell'etica degli affari all'efficienza, in quanto ritenuti inevitabilmente contrapposti.

 

 

Approccio Europeo: Modello della Cittadinanza Sociale

 

L'agire d'impresa, visto nella stretta relazione tra aspetti dell'etica e dell'economia, appartiene, quindi, pienamente ad una tradizione continentale europea e italiana. Se è vero, infatti, che l'attuale attenzione all'etica in campo manageriale si deve al successo di temi di origine anglosassone, quali la Corporate Social Responsibility o la Business Ethics, è altresì vero che in Italia ed in buona parte dell'Europa continentale vi è una lunghissima storia in cui si è ricercata la valorizzazione del nesso tra economia ed etica.

A tal proposito, in Europa e a differenza degli Stati Uniti, l'evoluzione della CSR, anche dopo la progressiva privatizzazione di gran parte dell'economia, non si riduce al problema di allargare l'orizzonte al di là del solo interesse dello shareholder/azionista dell'impresa, ma diventa necessariamente anche un problema del rapporto tra impresa e stakeholder dell'impresa. La responsabilità sociale, pur riconoscendo l'importanza dell'impresa e del mercato, sostituisce la cultura dello shareholder value, portando l'impresa ad impegnarsi come un ‘buon cittadino' contro la collusione con i poteri pubblici. Si tratta di una visione innovativa del modello d'impresa e di capitalismo, alla ricerca di un equilibrio equo ed efficiente tra diritti e responsabilità dei soggetti autorizzati a prendere le decisioni economiche di maggior peso, senza negare l'efficienza del ricorso al mercato come meccanismo regolatore delle scelte.

Merito delle attuali concezioni della Corporate Social Responsibility è infatti, quello di avere con grande efficacia designato i destinatari dell'azienda etica. Il termine stakeholder si contrappone, infatti, a quello foneticamente affine di stockholder. Un'azienda etica è chiamata a rispondere non solo ai propri portatori di azioni (stock-holders, o shareholders), ma anche ai propri portatori di interesse (stake-holders), cioè quei soggetti (persone fisiche o giuridiche) che, pur non essendo azionisti, hanno legittimi interessi verso il comportamento dell'azienda in quanto possono essere toccati da tale comportamento. In tale prospettiva, gli stessi azionisti, che pure si contrappongono paradigmaticamente agli stakeholders, sono stakeholders quando destinatari di comportamenti aziendali finalizzati alla tutela dei loro interessi.

«I requisiti richiesti per essere un'azienda etica possono variare a seconda che ci si collochi in un classico modello contrattuale ‘anglosassone', oppure in quel modello della cittadinanza sociale diffuso (almeno a livello valoriale) nell'Europa continentale. Utilizzando la contrapposizione stakeholder e shareholder, possiamo dire che vi è tanto più spazio per autonomi requisiti di eticità quanto maggiore è il ruolo attribuito agli stakeholders, mentre, correlativamente, i requisiti per essere un'azienda etica sono ridotti al rispetto delle norme giuridiche nel caso in cui l'azienda riconosca come propri interlocutori  solo gli shareholders e gli altri soggetti con i quali ha stipulato un formale contratto giuridico (e negli stretti limiti di quel contratto)» Azzoni, G. (2004)).

«Il modello che si può definire della cittadinanza sociale dell'impresa, prevede che l'azienda acquisisce la propria ‘license to operate' solo se attua comportamenti strettamente etici, cioè che tengano conto anche degli stakeholders, e non solo degli shareholders, in un costante processo dialogico» (id. p. 10). Tale modello può essere ascritto all'Italia e all'Europa continentale in quanto si colloca come sviluppo di una tradizione di concertazione con le parti interessate e di forte radicamento territoriale. È possibile affermare che, secondo tale modello, un'azienda è etica se la sua attività può essere definita ‘sostenibile', in quanto responsabile in senso economico, ambientale e sociale verso i propri stakeholder, tenendo conto delle tre ‘P': Profit, Planet, People.

 

 

Approccio anglosassone:  modello contrattuale

 

Al modello della cittadinanza sociale d'impresa europeo si contrappone il modello contrattuale ‘anglosassone', recentemente sostenuto anche dal settimanale inglese The Economist, che in un articolo del 15 novembre 2001, intitolato “Why ‘corporate social responsibility' is not a welcome fashion”, scriveva: «The marriage of corporate social responsibility and global salvation is especially pernicious. (…) When firms set themselves up as “good global citizens”, the next step is to demand common international standards on labour practices, pollution, and what have you. In a profoundly non-uniform world, uniform standards are a bad idea, especially for the poorest countries, which may be unable to support them economically. In seeking a level regulatory playing-field based on their ethical insights, rich-country “good global citizens” limit competition, worsening the performance of the global economy as a whole and putting developing countries at a particular disadvantage».

Il 21 novembre 2002 un successivo articolo dell'Economist intitolato “The dangers of corporate social responsibility” ribadiva questi concetti. A gennaio 2005, nel dossier dal titolo “The Good Company”, il settimanale citato attacca nuovamente il concetto di responsabilità sociale d'impresa, ribadendo che occorre separare nettamente le responsabilità dell'impresa, che sono esclusivamente quelle del profitto, da quelle dei governi, che possono porsi obiettivi di welfare state. In questo dossier l'importante testata citata non prende esplicitamente posizione a favore di una drastica riduzione del welfare state, ma ritiene fondamentale non allargare la responsabilità dell'impresa oltre quella del profitto dei propri azionisti.

«Il modello anglosassone, nella sua caratterizzazione idealtipica e semplificata, riduce i requisiti di eticità di un'impresa al rispetto delle leggi e dei contratti. In questo contesto la CSR, e, in termini più generali, la stessa eticità si esauriscono quasi interamente nella definizione e nel rispetto della ‘corporate governance', cioè di quell'insieme di regole, istituzioni e pratiche finalizzate a proteggere gli investitori esterni da comportamenti opportunistici di imprenditori e manager. Ecco, dunque, la centralità attribuita ai sistemi di assegnazione del potere decisionale tra i vari organi dell'azienda, alle procedure, ai controlli interni/esterni, alle informazioni relative» (cit., Azzoni, G. (2004), p. 10.).

Se esclude l'eticità, il modello anglosassone valorizza, oltre al diritto, anche la moralità, cioè quegli atti dettati dalla coscienza individuale. Enormi sono infatti le risorse, sia in denaro, sia di beni e servizi, che ogni anno le grandi aziende degli USA devolvono per attività filantropiche anche utilizzando lo strumento della fondazione. Tuttavia, nonostante le profonde differenze tra i due approcci, anche i Paesi anglosassoni hanno finito per aprirsi al modello della cittadinanza sociale, da cui sono tradizionalmente distanti, in quanto sembra adeguato all'attuale congiuntura economica, politica e valoriale. La pluralità delle relazioni permea la struttura della società presente, facendo sì che le azioni individuali siano sempre interconnesse con i comportamenti di altri soggetti. Includere gli stakeholder nei processi aziendali diviene, dunque, sempre più condizione di efficacia della stessa azione economica.

«L'eticità, con la sua costruzione di attese reciproche, basate su un dialogo ancorato a bisogni specifici, sembra sopperire almeno in parte alla mancanza di norme funzionali all'odierna configurazione sociale. Attraverso l'eticità di impresa, la società civile si riappropria di quella autonoma capacità di produrre la regolazione che nella modernità era stata monopolizzata dallo Stato» (Azzoni, G. (2004), p. 11.).

Tale eticità non riguarda una tavola astratta di valori, ma il modo di massimizzare il fare dell'impresa entro una dinamica rete di interessi. Ciò permette di affermare dunque, che un'azienda  è chiamata ad essere etica anche quando il diritto non è efficace o quando il top manager non è filantropico.

 



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